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martedì 13 Febbraio , 2024

FIGURE – PAOLO MUSSAT SARTOR

Periodo: 13/02/24-23/03/24
Luogo: Torino
Artisti: Paolo Mussat Sartor

 

Il lavoro di Paolo Mussat Sartor non si nutre della commedia leggera della vita, si nutre invece di passione severa, controllata dalla consapevolezza. Èil pathos che permea le sue opere, e non da adesso, dall’esperienza arrivata con gli anni, non è una questione anagrafica, è stato sempre così. Una tale ‘passione’ (e rispetto) per il proprio lavoro che non c’è (mai) stato spazio per la ‘concessione’. Quanti artisti dell’immagine, bravissimi, hanno preferito (des fois) l’accordarsi (il prendere accordi), quanti hanno preferito l’acconsentire, l’accettare (e quindi ‘con-cedere’) il proprio lavoro a degli sguardi più facili. Non Paolo.

Il pathos è emanazione dell’Arte - quando essa è tale -, è l’emozione intensa della parola o dell’arte pittorica e scultorea, della fotografia come della musica, quasi mai è figlia dell’improvvisazione, seppur talentuosa, molto spesso è il dono che l’artista trasmette al suo pubblico. Un dono raro, prezioso, frutto del talento, certo, ma anche molto del senso di responsabilità, spesso maniacale, con la quale si affronta il proprio lavoro. Ecco che questa dimensione ‘responsabile’ può portare, per un paradosso, ma non lontano dal vero, all’apostasìa, ossia il ‘rifiuto’ di un certo credere, percorso fino allora dall’artista medesimo. Percorso, assunto, fino al momento dell’analisi, della riflessione personale nel mettere in forse quel credo figlio degli inizi del proprio lavoro, quando nella ‘scoperta’ - legittimamente - l’entusiasmo ti prende. Mi viene in mente Arturo Benedetti Michelangeli, anche lui con cognome doppio composto, talento, studio, grande serietà, guarda caso lo stesso amore per la montagna che ha anche Paolo, mi viene in mente per una certa solitudine intellettuale, lo stesso rigore, la stessa aristocrazia di pensiero, gli stessi rifiuti. Il rifiuto di un certo modo di fare musica. Il rifiuto di un certo modo di fare fotografia. E l’esecuzione, di grande abilità tecnica, senza ‘con-cedere’ virtuosismi inutili. Solo l’essenziale. Perfetta. Un modo di essere che rende lontani dalle effimere seduzioni dei salotti mondani e dal facile successo che sul pubblico ‘di bocca buona’ hanno i florilegi musicali. Dal facile ‘’successo, sullo stesso pubblico ‘di bocca buona’, che hanno le immagini ad effetto.

Sono lavori, questi di Paolo Mussat Sartor, datati nell’ultimo scampolo di anni del secolo scorso e sul crinale dell’odierno secolo successivo, sono figure femminili, alcune trasformate dalla sapienza alchemica dell’artista in mito del femminile, rappresentate - oltre il life-size - in quella scala dove si rappresentano i miti.  Il nero, ma meglio è dire lo scuro, quello formato da tutti i colori che giace nelle ombre dei capolavori pittorici, è la cifra di queste opere dove la figura è inventata proprio in (quelle) ombre che nascondono grumi di racconti del corpo, come nelle luci che rivelano un gluteo levigato piuttosto che il dorso di un piede uscito a sorpresa e offerto allo sguardo stupito, o ancora un tessuto dalle forme tormentate, alcune allusive.

Non solo, però, il fuori-scala di Mussat Sartor cattura lo sguardo e l’immaginario, in questa ‘esposizione’ lo cattura anche il piccolo formato - ma non così piccolo - dove alcune figure femminili, di schiena, appena sfiorate da un rosa di antichi ricordi (ci) rammentano le tanagrine, quelle veneri di Tanagra modellate in una terracotta dal delicato colore nocciola, a volte ‘acquerellate’ da tenui riflessi rosati o acquosi verzolini. Stesso fascino, stesso mistero. Il ‘classico’ ha sempre attirato l’artista. Che però del femminile non dimentica la carnalità seduttiva, e allora vediamo, come in una delle “Nanas” di Niki de Saint Phalle che gambe aperte invitava il pubblico ad ‘entrare’ nell’origine du monde, un’immagine di donna a terra, sdraiata, che esce dal nero. Un taglio di luce crudele la trasforma rendendola consapevolmente astratta, ma non così tanto da renderci insensibili. È l’eros, sembra dire l’artista, che richiede l’attenzione dovuta.

Una cosa è certa, si possono scrivere molte pagine su Paolo Mussat Sartor, editare libri illustrati al meglio di stampa, ma è solo dalla visione diretta delle opere al vero, o, permettetemi, delle “opere al nero”, per rapportarci alla, inerente, materia alchemica della Yourcenar, che si riesce a ‘ricevere’ lo stupore che ci regala ogni sua singola creazione.

È questo il ‘regalo’ che l’artista dona al pubblico: quel pathos frutto sofferto della sua apostasìa.

Alex Donadio

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