ART IN NATURE

Spazio ERSEL SIM - Torino

Dal 07/05/2009 al 30/06/2009

Nils-Udo


Nils-Udo, una natura in cerca d’autore Il mio intervento nella natura deve essere una risposta, una reazione a quel luogo. (Nils-Udo) Ho voluto legare le linee fuggenti della natura (Paul Cezanne) Dopo dieci anni di pittura, Nils-Udo decide nel 1972 di abbandonare lo spazio angusto del quadro a favore di una esperienza artistica più concreta che prevede la partecipazione alla vita dell’ambiente naturale che lo circonda. Ma, prima di far ciò, egli deve abbandonare la città. La vicenda biografica di Nils-Udo è anche un po’ il simbolo di un’epoca, la nostra, e di un mondo, l’Occidente, che giunge alla consapevolezza di una possente inversione di tendenza prodotta dalla storia recente. Invece di essere in preda alle leggi , spesso crudeli , della natura selvaggia, a partire dalla fine degli anni Settanta l’uomo tecnologico scopre che la natura è vittima delle sue attività e che egli è chiamato a prendersene cura, a proteggerla dalle conseguenze nefaste di un’opera civilizzatrice che, dopo l’ottimismo illuministico dell’Ottocento, mostra al XX secolo il suo volto problematico. Il nascente movimento ecologista subentra ai precedenti ambientalismi con la “teoria di Gaia”, del pianeta vivente, imponendo una riflessione che dura ancora oggi. Alcuni anni prima dell’avvento ecologista, Nils-Udo decide di lasciare la pittura e Parigi, rispettivamente attività e luogo di una civiltà che per troppo tempo si è pensata come “negazione della natura”. All’interno della potente torsione che l’idea di natura subisce a partire dagli anni Sessanta, Nils-Udo si fa portatore di una istanza originale, che rende la sua arte un baluardo posto al centro di un fertile terreno d’incontro tra oriente ed occidente, tra un approccio animistico ed uno simbolico, tra le filosofie naturali dell’oriente ed il romanticismo europeo. L’idea di natura che si fa strada nel lavoro, quasi quarantennale, di Nils-Udo è di tipo arcadico. Gaia è ritratta come un “paradiso terrestre” che non ha più l’uomo al suo centro. Anzi, è tale proprio perché l’uomo non vi abita più, o non ancora. È una natura che viene prima del Tempo o dopo la Storia; prima dell’uomo o dopo la fine della sua civiltà. Se ogni epoca costruisce un proprio concetto di “natura”, l’idea che se ne trae osservando il procedere del lavoro di Nils-Udo è quella di un paradiso per la natura. Come l’arte di Socrate, la maieutica, s’identifica con l’arte della madre levatrice, così l’arte di Nils-Udo si può pensare come una maieutica applicata alla natura. Se Socrate aiuta a far partorire le idee agli uomini, l’artista tedesco aiuta la natura a partorire una bellezza di nuova generazione, in cui non si tratta più soltanto di “rappresentare” il bello naturale di un paesaggio, in un quadro o in una fotografia, ma occorre mettere in atto un “dialogo”. Nel dialogo, altro eminente concetto socratico, l’artista giunge alla natura attraverso la sua lingua, fatta di elementi concreti come gli alberi, i fiori, la sabbia o l'acqua. L’arte aiuta la natura a partorire “visioni” che raggiungono la nostra cultura attraverso un linguaggio formale e codificato, quello artistico, divenuto nel frattempo il solo a noi comprensibile. La trasformazione dell’idea di natura è frutto di una trasformazione antropologica profonda, dettata dall’intensa inurbazione delle popolazioni di tutto il mondo. Le fasi lunari o i nomi di insetti e di fiori, che un tempo erano linguaggio comune per gli abitanti delle campagne, diventano lettera morta nelle città, dove la natura è espulsa o ridotta in gabbia, sotto forma di zoo e parchi pubblici. Da quando è sorta, nel 1945, l'Unesco ha dichiarato “patrimonio dell'umanità” ben 878 siti nel mondo. Di questi, soltanto 174 sono siti naturali, mentre la stragrande maggioranza è rappresentata da siti costruiti dall'uomo. In questa sproporzione si legge l'attuale ritardo di una vera estetica eco-logica. Paradossalmente, per tutelare la natura bisognerebbe disseminarla di opere d'arte. Nils-Udo ha compreso un tale paradosso e per questo ha reso arte la natura stessa. Ma il suo “canto” resta volutamente esile. Solo così può sperare d'essere un giorno ascoltato, evitando di dissolversi tra le mille urla del villaggio globale. Le correnti ideologiche degli anni Sessanta trasformano la natura in un tema eminentemente etico e politico. La spinta romantica e giovanilistica, che confida nell’utopia, produce un rifiuto dell’etica e dell’estetica dei padri. Il tema sociale fa parte di uno Zeitgeist dal quale germinano, su entrambe le sponde dell’Atlantico, movimenti artistici e singoli personaggi che si impongono grazie al rinnovato approccio verso la natura intesa come spazio di libertà, in contrapposizione alle convenzioni sociali cui è soggetta la città. La contestazione di Nils-Udo è tanto più radicale quanto più avviene in modo antitetico rispetto al sensazionalismo provocato dagli artisti della Land Art, al concettualismo dell'Arte Povera ed all’aggregazionismo del movimento Fluxus. Mentre il suo connazionale Joseph Beuys, nato sedici anni prima, fonda la sua “libera università”, in cui domina un impegno politico che è inseparabile dalla sua produzione artistica, Nils-Udo opta per un scelta “monastica”, operando nella natura attraverso un’arte che s’identifica con la vita rurale e peregrina, alla ricerca di luoghi dove “dialogare” con le forze viventi di Gaia. Dapprima affitta, nei dintorni di Chiemgau in Alta Baviera, un appezzamento di terra e inizia una vera e propria “coltivazione d’arte”. Creare una collina, piantare giovani alberi disposti in cerchio o far fluttuare una minuscola piantagione di felci sulle acque di un lago, significa mettersi in contatto con la natura, rispondere alle sensazioni che essa suscita. Così, dieci anni prima della celebre “azione” in cui Beuys fa piantare 7.000 querce nella città di Kassel (in occasione di Documenta 7), Nils-Udo afferma la propria partecipazione alla vita del pianeta operando come un “contadino”, piantando alberi. Un primato, quello di Nils-Udo, destinato all'indifferenza poiché realizzato al di fuori della scena urbana, dietro i riflettori dell'impegno sociale e politico rivendicato da Beuys e dalla sua “scultura sociale”. Ma per Nils-Udo risarcire la natura non significa soltanto restituirle gli alberi, consiste soprattutto nell'offrirle una parola, una voce propria. Solo così si può opporre alla “civilisation”, costruita sul rigore scientifico e sullo sfruttamento tecnologico di Gaia, una vera “kultur” che consiste in una religione poetica della natura e che i romantici di Jena oppongono agli illuministi francesi. La scelta radicale di Nils-Udo prevede un'azione sulla natura di tipo minimale, ma non minimalista. La leggerezza, il tatto e l'ironia della maggior parte delle sue opere non dimostrano un fine concettuale, non tentano l'individuazione aprioristica delle regole di un linguaggio. Sono il frutto di una raffinata operazione di traduzione, da cui si ottiene una “narrazione sensibile” paragonabile allo haiku o al racconto breve zen. Poesie fatte di sensazioni istantanee o di storie icastiche, la cui morale è evidente e recondita al tempo stesso. Nils-Udo usa gli elementi del paesaggio come altrettanti prodotti lessicali che hanno il potere, una volta disposti secondo un ordine “umano”, di scatenare significati inediti appartenenti ad un lingua che usa forme e colori per narrare la grazia nascosta di una foresta o di una colata lavica. Piantare giovani alberi in composizioni architettoniche elementari o riempire di petali colorati il tronco spaccato di un albero, è il modo in cui l'artista compone il suo personale dialogo con la natura. Si tratta di sussurri che possono ricordare l'impostazione contemplativa del giardino zen o il simbolismo etereo dell' ikebana, ma vi aggiungono il gusto della composizione e dell’espressione tesa verso una forma di bellezza più sanguigna, che sfrutta i sapori forti del colore, della consistenza e della forma naturale. Nils-Udo non “distilla” la natura in significati spirituali, come fanno le pratiche orientali. Lascia che essa parli con tutta se stessa, usando il verde acceso delle sue foglie, il rosso intenso delle sue bacche, le tinte sgargianti dei suoi fiori, la rugosità delle sue cortecce e la levità dei suoi virgulti. Usando esclusivamente elementi naturali trovati sul posto, l'artista tedesco mette in scena fulminee visioni biodegradabili, destinate a dissolversi nella natura o a crescere in essa. In realtà, quelle di Nils-Udo sono tecnicamente considerabili come effimere installazioni naturali site-specific. La fotografia accorre in soccorso di questa natura sussurrante. Ne salva l'esile espressione, registrando, al massimo delle sue possibilità, le luci e i colori. Il lavoro di Nils-Udo crea veri “ritratti di natura”. Mentre molti suoi colleghi americani della Land Art hanno usato la fotografia e il video come mezzi per documentare il proprio operato in luoghi non raggiungibili dal pubblico, l'artista tedesco, appartenente a quel movimento che Vittorio Fagone ha battezzato Art in Nature, usa la fotografia come mezzo alleato e non subordinato. L'opera è il ritratto di una natura colta nel dialogo con l'homo faber, con il costruttore di delicate architetture che esaltano il valore estetico ed etico di un incontro. Il ritratto è un genere artistico codificato, che si fonda sulla celebrazione di una individualità, sullo studio di una personalità, sulla rappresentazione di un personaggio. E per Nils-Udo la natura è la scena sulla quale appaiono i protagonisti di una recita a soggetto. Personaggi in cerca d'autore. Figure in cerca di un ritrattista che sappia vestirle e metterle nella giusta posa, affinché esse possano apparire al massimo del loro fulgore, in un impeto di forza espressiva e di modi aggraziati. La forza del lavoro di Nils-Udo risiede in questa est-etica eco-logica, in questo fare arte con la natura, insieme con essa all'interno di un dialogo alla pari che tenta di portare alla luce la “logica” del mondo naturale. Il riconoscimento deve essere reciproco. L'antropocentrismo deve essere superato a favore di una più ampia e completa esperienza umana della natura. In realtà, l'opera scultorea, come anche la pittura alla quale di recente Nils-Udo è tornato, sono il frutto maturo di un viaggio dentro le radici più profonde di un rapporto con il mondo che non si limita a creare, ma si fonda soprattutto sul sentire. In questo senso l'arte è testimone di una vita interiore più ricca del suo operato. “Oggi osservo i suoi fenomeni con occhi attenti, mi accorgo se un albero soffre, se una foresta è malata, ascolto i messaggi che la natura sa raccontarmi. È una fortuna poter scoprire le sue storie e dare voce alla sua narratività”. Così spiega Nils-Udo il proprio sentire a chi, da dentro le città, è chiamato a ricostruire una idea di natura con la quale dovranno misurarsi le generazioni a venire. Nicola Davide Angerame