GASTEL

Spazio ERSEL SIM, Torino

Dal 05/03/2013 al 26/04/2013

Giovanni Gastel


Dalla moda all’arte, andata e ritorno. La moda è un modo: di vestire, di essere, di agire, di pensare. Nel tempo è cresciuta, fino a diventare una religione laica diffusa e trasversale che indirettamente sostiene, nelle società avanzate, un ideale progressista: alimenta la convinzione che attorno a noi tutto proceda per evoluzioni, per passi successivi e per miglioramenti costanti. Infonde una certa inquietudine esistenziale, ma in fondo è una cosa buona. È un gioco teatrale, un mascheramento, un’economia possente. Professa la fede nella bellezza e aspira a costruire universi perfetti, paradisi sintetici, immagini di felicità e di estasi. La fotografia è lo strumento principale con cui la moda effettua questa costruzione di mondi. Parte dall’abito per giungere all’anima. Un abito pensato come un corpo, una difesa, un’identità o una divisa. La nostra socialità passa attraverso la moda, che è un mondo di codici, di costrizioni, di galatei. Essa è un linguaggio: ha un suo lessico, una sua retorica, una sua grammatica. La moda è un sistema, uno strumento che usiamo e da cui siamo usati. A differenza dell’arte, non è mai priva di un committente. Se il desiderio è maschile, la moda è femminile. Struttura il nostro mondo sul principio della seduzione perpetua. Progetta aure di tessuti, colori, forme e tagli per ammantare il corpo muliebre, che è il corpo dell’accoglienza e della generazione e quindi un corpo multiforme, plastico, eternamente modellabile e dicibile. I poeti lo sanno e lo cantano in molti modi. Anche la fotografia di moda lo sa e fonda un sistema di immagini che, riprodotto all'infinito sulle riviste, rappresenta una galassia di identità, di possibilità, di alternative esistenziali che la moda sa ricercare, inventare e promuovere. La fotografia di Giovanni Gastel si alimenta di queste energie primordiali, che stanno alla base del fenomeno. Energie che le società industriali portano all’ennesima potenza, trasformando un bisogno di protezione da parte del corpo, in un bisogno di identità da parte di una umanità giunta al massimo grado di separazione dal proprio stato di natura, animalesco o angelico che sia. Abito come habitus Habitus è un sostantivo frequente nei testi latini. Viene tradotto con “aspetto, atteggiamento esteriore” o con “modo di essere, disposizione d’animo”. Quest’ultimo senso è quanto Gastel porta in luce nelle sue fotografie, esaltando alcune caratteristiche formali dell'abito al fine di coglierne il senso profondo, l’emozione che ha guidato lo stilista nel disegnarlo. Sono gli abiti i protagonisti della sua fotografia di moda, la quale traduce in immagine il loro più intimo carattere: l’habitus dell’abito. Nel 1985, Gastel scatta la foto di un vestito da sera rosso che si piega su se stesso, inarcandosi oltre ogni possibilità di comprensione commerciale, andando oltre il limite umano per diventare una scultura astratta. Dentro questa scultura c'è una modella, il cui corpo dà sostanza ai volumi. Sembra impegnata in una danza estrema, alla Mary Wigman o alla Pina Bausch, mentre lo sfondo si perde nel calor bianco di una luce che spesso, nella fotografia di Gastel, “cancella” parte dell’immagine trasformando la realtà in visione e sostituendo alla descrizione dell’oggetto un’emozione profonda. Grazie a ciò la sua fotografia di moda resiste alle intemperie del tempo, ai passaggi delle mode. L’invenzione di un mondo Gastel non fotografa soltanto abiti, spesso li tramuta in costumi. L’abito svolge una funzione primaria: abbiglia il corpo per proteggerlo e ripararlo, sia dalle intemperie fisiche che da quelle esistenziali, e ciò facendo lo nasconde oppure lo evidenzia di fronte ad uno sguardo pronto a cogliere il bello, l’erotico, il sublime. Il costume è più radicale. Crea un mondo attorno al soggetto, al quale stravolge l’identità. Riscrive le regole del gioco, la sostanza delle cose. Come nelle fotografie che Gastel scatta nella villa di famiglia a Cernobbio, usata come set. È qui che, giovanissimo, realizza una delle sue prime fotografie, davanti ad una statua raffigurante il mito greco di Leda e il cigno. Ed è qui che torna per alcuni suoi servizi. In uno di essi, egli riprende l’idea dei teatrini della nobiltà settecentesca per parlare di un mondo che gli abiti evocano al suo sguardo capace di unire esperienza personale, senso della storia e ironia. La fotografia di Gastel affonda così le proprie radici in un'esperienza profonda delle cose. Non è la trovata geniale e gratuita a soddisfarlo, ma un modo sempre diverso per riprendere quel discorso amoroso interrotto con il proprio mondo. Il costume introduce la soggettività, sia quella del fotografo sia quella dello spettatore, dentro un mondo dalle possibilità infinite, dove ciascuno può essere un ruolo, una forma ed eventualmente perfino un’allucinazione, sempre altro da Sé. Se l’abito aiuta e protegge il nostro Io, confermando la sua identità, il costume al contrario lo sradica, lo violenta, lo turba, lo imbelletta al punto che l’Io diventa irriconoscibile a se stesso e accede ad un mondo fittizio, completamente alternativo. Il mondo dell’arte. Classicità Che cos’è il classico se non un tentativo, riuscito nell’arco della storia di una civiltà, di dare forma, volto, parola e suono a un’idea imperitura dentro la quale l’umano si specchia. In alcune sue fotografie, Gastel dimostra una evidente ammirazione per la classicità. Come in questo scatto, dove due donne vestono delle tuniche leggere e trasparenti come quelle delle statue delle dee classiche greche e romane. La grazia delle pose, la tensione dei muscoli, una certa nudità vissuta con naturalezza e senza ammiccamenti, sono gli elementi su cui l’autore incentra una narrazione appena accennata, enigmatica come un mito antico. La bellezza sembra diventare, nella sua semplicità, un paradigma per misurare le cose e l’eleganza un elemento per elevarci alla nobiltà d’animo degli antichi. Gastel non importa l’arte nella moda per poi porre, come spesso accade, la prima a servizio dell’industria del lusso. Non è un colonizzatore, ma un osservatore rispettoso, un flâneur che ama passeggiare tra le spoglie immortali della scultura classica e portare una propria emozione fin dentro la professione. Egli sfrutta la cultura per recuperare le effigi di un tempo passato e tradurre le seduzioni della moda attuale in narrazioni piene di senso e di significati in grado di elevare la creazione su un piano letterario e poetico. I due universi sono separati, ma non avulsi: i loro confini sono instabili, fragili, mutevoli e reciprocamente influenzabili. Si tratta di universi organici, permeati di una vita che è in continuo movimento e cresce dentro un’inquieta oscillazione. Di essi Gastel esplora le possibilità creative. La moda, nella sua ricchezza di stimoli e nel suo incessante forgiare ideali di bellezza, gli offre gli spunti per andare oltre e creare visioni personali. Ciò che lo distingue è l’impossibilità di farne un’etichetta, di catalogarlo una volta per tutte. Antico e moderno, classico e avanguardista. In viaggio nell’universo femminile Dee e vestali, ora abbigliate con tuniche antiche, ora adornate con lunghe collane di perle e strascichi e piume. Come creature esotiche, come ninfe moderne. Nel suo viaggio dentro l’universo femminile Gastel attraversa le epoche e i luoghi per scoprire una moltitudine di donne. In questa serie, le immagina immortalate dentro un mondo di oggetti allegorici, poste su piedistalli e rese statuarie. Spesso Gastel usa la posa del corpo della modella come elemento di significazione: ora dinoccolata, ora quasi piegata e rotta, ora altera. Il fotografo gioca con la forza fragile del suo corpo come il demiurgo platonico plasmerebbe un pezzo di argilla prima di infondergli il soffio vitale e la forma imperitura dell'idea. Poi lo scatto, ed ecco che la vita prende forma, l’immagine si fa realtà, il sogno ammicca alla verità. “Ho sempre pensato che le donne mi avrebbero salvato” dice Gastel. Qui le “disegna” con tratto morbido; la luce tenue apre un mondo fatto di drammi silenziosi. Le dame sono apparizioni di una poesia visiva, sirene il cui canto muto richiama gli albori del cinema e la nascita del divismo, in un’epoca in cui l'espressività di un volto, aiutato dalla mimica e dal trucco pesante, poteva eleggere una buona attrice a star internazionale, oltrepassando le barriere linguistiche e culturali per raggiungere i sogni e i desideri di intere generazioni. In questi scatti appare un suo ideale di donna che riecheggia le figure parentali a lui più prossime, la madre prima di tutte; è lei a introdurlo, in tenera età, al concetto della grazia, al senso della bellezza, al canto dei versi poetici. In questo oscillare tra la moda e l’arte, la poesia occupa un posto segreto eppure importante nella sensibilità e nello stile del fotografo. Rigoroso nel suo procedere seguendo i dettami della professione, egli non si nega mai la libertà di scrutare il mondo in cerca della bellezza più autentica: quella legata ad un gusto personale che è stato educato alla scuola delle grandi figure del passato e che risulta indipendente rispetto ai canoni estetici imposti dalle mode del momento. In questo senso l’approccio alla fotografia di moda è quasi filosofico, ovvero costruisce immagini di donne che sono una sintesi originale e mutevole di ideali, stili, illuminazioni, sensi. L’abito apre un mondo nel quale Gastel s’inoltra insieme alla modella per lui più adatta. La usa come una guida, come Dante fa con Virgilio. Con essa costruisce una storia che narra un ideale di femminilità sorto dalle pieghe nascoste di una memoria che è personale e collettiva: familiare e culturale. Il lato oscuro dell’eterno feminino C’è anche, in Gastel, un aspetto inquietante, un “umore nero” che sopraggiunge come un Convitato di pietra a rammentarci che l’eterno feminino, di goethiana memoria, non è esclusivamente una costante “promessa di felicità” (come la bellezza per Stendhal), ma può assumere lo sguardo minaccioso di una pietrificante Medusa, di una maliarda Circe o delle fatali Parche. Come nei poeti maudits di fine Ottocento, spinti ai margini da una società insofferente alla poesia, anche in Gastel esiste una componente di inquietudine che sorge, come un’ombra notturna, all’improvviso. Basta un oggetto, un cappello di alta moda, e la bellezza muliebre può mutarsi in visione spaventevole, in minacciosa allusione all’oltremondo: come in un racconto di Edgar Allan Poe, un’incisione di Odilon Redon o un quadro di Franz von Stuck. Poi, basta che la modella si volti di profilo ed ecco apparire un’altra sfumatura. Le ali trasparenti di una farfalla nera la tramutano in una figura classica, in una di quelle dee amanti che Giove, nelle “Metamorfosi” di Ovidio, si compiace nel trasformare in animali, in piante o addirittura in rocce. Se da una parte lo sguardo maschile, quello di Giove come quello di Gastel, può essere accusato di un certo autoritarismo è anche vero che proprio un tale sguardo, così idealizzante e pieno di desiderio, porta ad una interpretazione del mondo come creato a partire dalla donna in quanto “materia”, e quindi permeato di femminilità come principio costitutivo. La donna come Terra madre o, a volte, come divinità occulta e matrigna. In un’altra immagine, le ali di alcune farfalle diventano un vestito surreale che avvolge di delicati motivi geometrici, e di eleganti sfumature, una donna che fuma spavalda. La tecnica del collage surrealista è uno dei tanti riferimenti che popolano l'immaginario di un fotografo colto, di un artista eclettico che ama spaziare tra pratiche e stili artistici differenti, al fine di esprimere un modello di donna che è al tempo stesso universale e particolare, temporaneo e imperituro. Vis-à-vis “Tu guardi il mio silenzio e mi ferisci”, scrive Gastel in uno dei suoi versi. Una parte del suo sforzo creativo è dedicata al recupero del volto femminile dalle profondità abissali in cui si perde una volta che la moda ne ha decretato il successo. La modella diventa allora un modello: di bellezza, di garbo, di stile, di irraggiungibile eleganza. Ma nello stesso tempo perde umanità, si congela dietro una patina di astratta e artefatta perfezione. Nei ritratti in bianco nero, come quelli di Monica Bellucci, Naomi Campbell o Linda Evangelista, Gastel incontra il femminile non più come oggetto da fotografare. Ora è la modella che guarda il fotografo: lo scruta, lo sfida e quasi lo domina. “Non credo che l’esistenza sia una prerogativa importante del divino, è una necessità”, sostiene Gastel. Il vis-à-vis ch’egli cerca con ciò che è forse in grado di “presentare” questo “divino”, s’incarna nelle fattezze quasi virili di volti resi celebri dal sistema della moda. Ad essi il fotografo restituisce la propria dimensione di soggetto, esprimendo un desiderio d’intimità con una dimensione desueta che la bellezza femminile sa ancora aprire: la dimensione dell'incanto. Altre volte, il genere del ritratto diventa il banco di prova di un desiderio di sperimentazione continua. Il volto femminile si fa maschera e su di essa è possibile apportare piccoli tocchi “pittorici” che cambiano la natura dell’opera, trasformando un bel volto, usato come prodotto da vendere, in maschera ironica e penetrante da contemplare. Niente più giochi, né abiti o costumi. Solo lo sguardo di un altrove che s’insinua, perturbante, negli occhi di chi guarda. E Gastel, in mezzo tra il divino e l’umano, piantato come un poeta nel solco dell’esistenza, crea la visione e ne è creato, guidandoci in un mondo fatto di possibilità mute, di estasi congelate. L’etica dell’eleganza “Il termine eleganza per Gastel sconfina dai canoni estetici a quelli etici; é attitudine e cifra stilistica, ma soprattutto codice di ordine morale, rigore e disciplina creativa”, afferma il curatore della mostra, Valerio Tazzetti. Una delle principali ossessioni del sistema della moda diventa, nel campo di valori del fotografo, un principio che intride ogni aspetto del suo lavoro. Educato alla bellezza, al teatro e alla poesia, egli riassume nel suo stile un comportamento e un portamento che unisce gli aspetti più idealistici del dandismo ad una profondità ermetica, che si rispecchia nella sua produzione poetica e nel grande amore per la parola in versi. Il gusto e il comportamento non sono due cose scisse. “Diventare autore significa abbattere quella barriera che separa ciò che sei da ciò che fai”, sostiene Gastel. In quanto autore, egli costruisce la propria arte a partire dalla propria persona. Il suo senso della misura affiora nella fotografia sotto forma di un universo femminile austero e seducente, dove il desiderio di stupire, di essere originali, non scade mai nell’eccesso. In un mondo come quello della moda, spesso impegnato a stupire, a sopraffare e a urlare più forte, Gastel propone una fotografia che sa usare l’ironia e l’eleganza come concetti metafisici, in grado di illuminare un intero sistema di valori. Una donna guarda attraverso i tendoni rossi del palcoscenico del Teatro Alla Scala di Milano. Il luogo rappresenta per Gastel una messe di significati e di ricordi, familiari e personali. Il suo mondo si è spesso intersecato con quello del teatro. Una delle figure per lui più formative, il grande regista Luchino Visconti, è stato per l’istituzione meneghina un punto di riferimento. L’immagine concepita da Gastel si carica di pathos e sfrutta gli effetti optical del panneggio rosso per creare un senso di attesa e per esaltare la grandiosità del palcoscenico. Un luogo può fungere da monumento e un monumento da luogo del ricordo. Gastel lo usa come “location”, per assorbirne il fascino o per rendere omaggio. Come accade nel servizio scattato dentro un tesoro nascosto della storia dell’architettura d’Italia: l’ex Palazzo delle Terme, oggi Stadio Olimpico del Nuoto, progettato per l’allora Foro Mussolini dall’architetto razionalista Costantino Costantini. I grandi mosaici a parete di Giulio Rosso ed il castello dei tuffi di Pier Luigi Nervi diventano la scena ideale per una rappresentazione quasi cinematografica, che si nutre delle suggestioni futuristiche di capolavori del passato, come “Metropolis” di Fritz Lang o come il primo “Flash Gordon”. In questo ripercorrere la storia e la cultura visiva del passato, Gastel trova gli spunti per le proprie visioni, ora ironiche e giocose, ora auliche e classiciste, dimostrando così una libertà di sguardo che è tipica dell’arte. Le sue immagini sono altrettante guide per conoscere e riflettere sulla storia del costume. Una storia apparentemente recente, ma con radici primordiali che giungono alla nascita dell’uomo: quando, abbandonato lo stato di natura selvaggia, egli scopre che porre sul proprio corpo tessuti e oggetti significa abbigliarlo di simboli e di significati in grado di inviare messaggi che parlano di sé e delle proprie più intime convinzioni. Forse un giorno, gli storici del futuro capiranno molto di noi, e della nostra civiltà, analizzando il nostro modo di vestire e di intendere la bellezza. Le fotografie di Gastel li aiuteranno a comprendere meglio alcuni desideri e ideali. Suoi e nostri. TESTO DI NICOLA DAVIDE ANGERAME

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